Lettera 10, dicembre 2025
Palma Soriano - Cuba
Mi sto accorgendo di quante tradizioni e consuetudini siano così radicate in me che quasi non me ne rendo conto. Per esempio trascorrere il tempo natalizio qui a Cuba, nel clima tropicale, è tutta un'altra cosa: sole splendente, con temperature che di notte scendono a 15-17 gradi, ma che di giorno arrivano a 25-28. Abituato al freddo di dicembre del nord Italia, mi è sembrato che mancasse qualcosa per creare la “giusta atmosfera”.
Oppure il contrasto tra l'anticipo esagerato nel porre luci, decorazioni e prodotti natalizi, soprattutto nei centri commerciali delle nostre città, e l'assenza qui pressoché totale di qualsiasi luminaria esterna: le uniche che ho potuto vedere qui sono quelle di un albero di Natale stilizzato sul terrazzo della chiesa che illumina la piazza sottostante (quando c'è la corrente elettrica), una piccola renna e un babbo Natale davanti a due bar. La stragrande maggioranza delle persone poi, anche tra coloro che frequentano la parrocchia magari da pochi anni, non conoscono il presepe: mi ha fatto sorridere e pensare quando una catechista, preparando con i bambini un piccolo presepe con personaggi ritagliati nel cartoncino, ha parlato dell'asino e della mucca (non del bue!) e poi li ha posizionati vicino alle pecore e ai pastori e non nella grotta, perché non sapeva di questa tradizione legata a San Francesco d'Assisi (santo, tra l'altro, che molti cristiani di qui non conoscono).
Insomma: quanto per me risulterebbe scontato, qui non lo è. Ciò vale sicuramente per moltissimi altri paesi del mondo, è chiaro. Qui si può comprendere meglio questa “assenza” del Natale considerando che fino alla storica visita all'isola di papa Giovanni Paolo II, nel gennaio del 1998, il Natale era stato “cancellato”: fu reintrodotto nel calendario cubano come segno di rispetto nei confronti del papa e di distensione nei rapporti con la Chiesa (fino ad allora molto osteggiata). Ma il Natale vissuto quest'anno ha avuto per me un tratto tutto particolare al quale dovrò abituarmi: la sua lunghezza. Abbiamo iniziato a celebrare la Messa della nascita di Gesù e ad augurare “Feliz Navidad” il 12 dicembre! Dovendo visitare le sedici piccole comunità cristiane sparse nel territorio e avendo qualche difficoltà negli spostamenti a motivo della scarsità di carburante per l'auto, l'unica opportunità per celebrare il Natale è stata quella di anticiparla.
E così, ecco comparire i costumi per rappresentare il presepe vivente: le tuniche per Maria e Giuseppe, gli abiti dei pastori e dei Re Magi, le vesti bianche per gli angeli e la stella, la corona di Erode, la statua di Gesù bambino. È stata per me l'occasione per prendere atto che il racconto della nascita di Gesù era conosciuto da alcuni e ascoltato per la prima volta da altri, bambini e adulti. Tutto questo mi sta servendo, una volta di più, per ripensare il mio modo di parlare, di spiegare o di raccontare del Signore e della Chiesa, della fede e della vita. Il mio “giorno di Natale” quest'anno è durato quattordici giorni! Grande opportunità per ringraziare Dio per questo suo modo così sorprendente di agire nella storia di questa nostra umanità e per lasciarmi interrogare sulle conseguenze, nella mia vita e missione, della scelta di Gesù di nascere tra gente umile e ai margini, portando con sé l'annuncio angelico della pace in terra. Utile per me, in questa riflessione, una frase tratta da un articolo riguardante i primi mesi del pontificato di papa Leone XIV, dove l'autore così rilegge l'azione del pontefice: “Guidato da una teologia della speranza, in cui Cristo resta al centro, i poveri il criterio, l’educazione la via, la pace lo stile e la comunione la struttura”. Mi sembra un buon modello da imitare!
Approfitto di questa lettera per ringraziare tutti coloro che mi hanno raggiunto con gli auguri natalizi e per l'anno nuovo, ma anche per ringraziare tutti quelli che, senza farmelo sapere, mi stanno accompagnando con l'affetto e la preghiera. Grazie a tutti e tante benedizioni a coloro che, in questi giorni, poseranno lo sguardo con fiducia sul Bambino di Betlemme. don Davide
Lettera 8, novembre 2025
Palma Soriano - Cuba
Che esperienza è stata assistere alla forza devastante di un ciclone? Fare i conti con “Melissa” non è stato uno scherzo. Anzitutto nei giorni precedenti il passaggio, quando ormai la Giamaica era stata colpita e le previsioni si facevano sempre più precise: tutto un lavorio per mettere in sicurezza ambienti e oggetti, cercando di individuare le zone più riparate dove depositare il materiale e di rinforzo di porte e finestre per impedire l’irrompere del vento. Poi le ore del passaggio, io chiuso in camera da letto (a motivo dell’orario notturno e perché era uno tra gli ambienti più protetti), mentre i rumori del vento, della pioggia, delle lastre di zinco, di cui sono fatti la maggior parte dei tetti, sbattute o letteralmente fatte volare via, sono stati la “colonna sonora” per almeno sei ore, fino all’alba. Infine, la conta dei danni e il lungo lavoro per togliere l’acqua presente praticamente ovunque e per riparate quanto distrutto, mentre il rincorrersi di notizie riguardanti persone e edifici, l’assenza di corrente elettrica e di acqua potabile, l’interruzione di strade a causa dei piccoli corsi d’acqua trasformati in fiumi di fango hanno fatto da ritornello per diversi giorni.
Questo per quanto riguarda l’evento meteorologico e i suoi contorni.
Ma vorrei utilizzare il ciclone come simbolo di altro che sta accadendo in questa nazione, senza aver alcuna pretesa di una lettura esaustiva di una storia e di un contesto e tantomeno della sua interpretazione.
Una caratteristica dei cicloni è quella di coinvolgere la vita di tutti. Questo mi suggerisce di descrivere in termini di “ciclone” la virosi diffusissima in tutta l’isola. “Dengue” e “Chikungunya” sono i nomi dei virus principali in circolazione già da prima di Melissa, ma che hanno avuto una diffusione soprattutto successivamente, anche a causa dell’assenza di presidi medici, corrente elettrica, acqua potabile e smaltimento rifiuti dovuti alle avversità meteo. Febbre e soprattutto forti dolori alle articolazioni, con gonfiore in particolare alle mani e ai piedi, hanno impedito a moltissimi di alzarsi dal letto per diversi giorni, paralizzando ulteriormente la vita sociale di questa regione. Difficoltà a reperire del semplice paracetamolo e alimentazione inadeguata da diversi anni hanno amplificato l’effetto di queste epidemie (non dichiarate).
Ma c’è un “terzo ciclone” che sta minacciando soprattutto l’oriente di questa nazione. L’effetto distruttivo di vento e pioggia ha causato anche la perdita di semine recenti e raccolti già pronti nei campi (oltre all’abbattimento di coltivazioni di banane, caffè, mango e altri alberi da frutto). Ciò significa che nei prossimi mesi sarà molto più complicato reperire alimenti per chi, gente comune, non può permettersi di recarsi a comprare nei numerosi negozi “in dollari” che stanno aprendo con prezzi americani o europei. Il “terzo ciclone”, più silenzioso e umiliante, si chiama “hambre”, cioè “fame”.
Aiuti umanitari, soprattutto in cibo per ora, sono arrivati da associazioni internazionali e stati; io stesso sono testimone della generosità di molti di voi che hanno voluto dare un contributo economico. La Chiesa cattolica è stata coinvolta con Caritas per far giungere questa generosità alle persone più bisognose e il lavoro in parrocchia è stato intenso: speriamo di poter continuare in futuro a distribuire riso, olio, lenticchie, scatolette di carne o pesce, sapone, biscotti, … Nella consapevolezza che si tratta di una goccia nel mare. Quando si deve agire sull’emergenza, ma non si mette mano sulle molteplici cause che l’hanno generata, si continuerà a mettere cerotti su ferite ampie, sapendo che un cerotto è meglio che niente!
Così arriviamo al “quarto ciclone” che porta una delle caratteristiche più temute: la velocità (o lentezza) del passaggio. In Italia abbiamo imparato a conoscere le cosiddette “bombe d’acqua”, gli eventi estremi di pioggia e vento che colpiscono solitamente una zona molto limitata del territorio in un tempo molto breve; si parla ad esempio della pioggia di un mese o una stagione che cade in un quarto d’ora. Ecco, immaginate una “bomba d’acqua” che dura per due, tre, sei ore: diventa un “bombardamento” e di fatto l’esito lo richiama. Il “quarto ciclone” sta passando molto lentamente su questo paese, da decenni, lasciando molte macerie negli esseri umani. È legato alla storia di questa isola ed è impossibile stabilire per quanto tempo perdureranno gli effetti disastrosi. Ma questa è un’altra storia.
Tutto nero? Non c’è speranza per un futuro migliore? Solo note negative?
C’è un’espressione della Bibbia, contenuta nel libro del profeta Isaia, che mi sta accompagnando in queste settimane:” Poiché così dice il Signore Dio: nel tornare a me e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza, ma voi non avete voluto” (Isaia 30,15).
Come cristiano comprendo bene che c’è sempre un’opportunità da cogliere, in qualsiasi circostanza ci si possa trovare. Nell’agitazione, talvolta un po’ superba, talvolta rabbiosamente depressa, che ritiene di dover risolvere tutti i problemi, non si può fare bene il bene. Quando si ritorna alla radice sicura, tutto si può affrontare.
Anche i “cicloni” della vita.
don Davide
Dopo otto mesi dall’arrivo a Cuba, don Davide pone alcune riflessioni sulla realtà sociale, religiosa e culturale che sta vivendo oggi
Lettera 7, ottobre 2025
Palma Soriano - Cuba
Sono le domande che mi sento rivolgere molte volte al giorno, la medesima domanda che mi giunge ad ogni messaggio o telefonata dall’Italia. “Come sta? Come va?”
In questa lettera di ottobre non mi limiterò a rispondere: “tutto bene!”, ma ne approfitterò per andare un poco in profondità per tentare di rispondere anzitutto a me stesso; chi mi conosce sa bene che non è mia abitudine condividere aspetti che mi riguardano.
Dopo otto mesi dal mio arrivo a Cuba, come sto in questa realtà sociale, religiosa e culturale così differente?
Pochi mesi (o tanti?) sono sufficienti per rileggere alcune fasi che si sono
succedute: l'entusiasmo degli inizi, con un mondo tutto da scoprire; lo scontro con una condizione di vita quotidiana non sempre favorevole; una prima conoscenza delle persone più vicine alla parrocchia, i collaboratori delle diverse attività, le catechiste, i giovani, gli animatori di comunità; il fare i conti con il senso di impotenza di fronte alle mille necessità dei poveri e delle famiglie; il crescere nella consapevolezza che ci vorranno anni per comprendere meglio le ragioni della condizione di vita attuale; il senso di frustrazione constatando che basta un temporale perché le strade diventino impraticabili e non si possano raggiungere i villaggi di campagna come programmato e la gente non esca di casa (e i temporali sono frequenti!); non da ultimo la fatica di comunicare in una lingua che sta diventando sempre più familiare, ma rimane pur sempre “un'altra lingua”, con la necessità di farsi ripetere le cose o nel timore di non essere stato compreso.
Sono questi alcuni degli aspetti che hanno attraversato il mio animo. Nulla di insormontabile, tutto già messo in conto e prevedibile (molti punti riguardano ogni cambio di parrocchia anche nella stessa diocesi di Milano). Eppure credo che abbiano inciso a livello inconscio e il segnale del sonno
notturno non sempre regolare e riposante ne è la conseguenza. Ma sto bene. Non lo dico per rassicurare, è la realtà!
Anche il fisico sta tentando di adattarsi: alimentazione differente (mi
manca la verdura fresca!), caldo umido, ritmi giornalieri inizialmente inconsueti (alle 19.00/19.30 tutto si blocca, soprattutto ora che le giornate si stanno accorciando, come in Italia, e spesso manca la corrente e quindi il buio cala sulla città…), infezioni veicolate da zanzare e insetti con tutta
l'attenzione che questo richiede (ho avuto un paio di episodi con febbre o malessere generale, tutto nella norma).
Mentre scrivo mi domando se non stia correndo il rischio di suscitare un allarmismo inutile. Mi raccomando: niente allarmismi in chi leggerà! Perché non c'è motivo per allarmarsi.
Come sto affrontando le nostalgie? Perché certamente mi stanno mancando persone, amicizie e affetti sui quali normalmente potevo contare (so benissimo che anche ora posso contare su di esse, ma la distanza e l'impossibilità di incontrarsi o semplicemente di sentirsi stanno marcando un vuoto). Rispondo dicendo che tale mancanza favorisce in me i ricordi, forse anche un poco di malinconia, e al tempo stesso alimenta il desiderio di poter nuovamente incontrare, raccontarsi, condividere: vi confesso che non vedo l'ora di un po’ di vacanza per rientrare al paese e in famiglia! L'importante è che anche su questo aspetto ci sia una buona dose di serena pazienza.
E la mia fede? Come sta? Non vi è dubbio che, quando si vivono momenti nei quali occorre trovare un nuovo ordine, anche lo spirito venga coinvolto in questa ricerca. La mia fede nel Signore Gesù rimane fresca e meravigliata, sempre! Non posso che ringraziare Dio per questo. Oltretutto il mio “dover” celebrare la Messa quotidianamente, anche più volte al giorno, e il contatto con i poveri sono una buona garanzia di stabilità. Ma anche qui sono cambiate consuetudini, riferimenti, tradizioni: in una chiesa secolare, ma che fa i conti con una sua storia tutta originale e con un sincretismo religioso (cioè un miscuglio confuso di credenze religiose di varia provenienza) niente va dato per scontato, considerando anche che la maggioranza della gente che frequenta la parrocchia ed è impegnata nei vari servizi non ha un cammino di fede che di pochi anni. Questo mi sta chiedendo di semplificare molto il mio pensiero e il mio parlare, andando all'essenziale. Vedo e vivo questo come un'opportunità non scontata per ritrovare costantemente il fondamento della mia e nostra fede.
Alla fine…come sto?
Al posto giusto nel momento giusto della mia vita di uomo e di cristiano, con tutti gli aggiustamenti necessari per vivere al meglio il presente, cioè il tempo che mi è dato. Mi auguro che ciascuno di noi possa vivere pienamente il tempo che gli è dato.
E spero di rivedervi presto!! (ma non sarà tanto presto…).
don Davide
Palma Soriano (Cuba) - Giugno 2025
Lo scorso anno si sono celebrati i cinquecento anni di fondazione della Diocesi di Santiago de Cuba, testimonianza della presenza secolare del cristianesimo in quest’isola. Una Chiesa custode di fede e tradizioni, alle prese con cambiamenti epocali come in tutto il resto del mondo, una Chiesa che saluta con orgoglio il secondo Papa latino-americano. Eppure, oggi ci si trova anche nel contesto di “prima evangelizzazione”. Questa condizione è l’esito di un percorso storico e sociale che ha riguardato questo popolo; pur mantenendo un senso religioso diffuso (che fa riferimento a Dio e alla Vergine Maria, oppure alla santeria – che nasce dal sincretismo di elementi della religione cattolica con altri della religione tradizionale yoruba, praticata dagli schiavi africani e dai loro discendenti a Cuba, in Brasile, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Panama), ha smarrito in gran parte la connotazione “cristiana”.
Così succede che qualcuno, rivolto con devozione alla statua della Madonna, rimanga sorpreso nel sapere che si tratti della madre di Gesù. Non sono certo in grado di dare una lettura e interpretazione di quanto è accaduto o sta accadendo ora nell’esperienza di fede di questo popolo, anche a motivo dell’assoluta parzialità di tempo e di spazio della mia esperienza qui; ma non posso non cogliere alcuni segnali, nella logica del piccolo seme gettato nel terreno, come un invito a guardare con fiducia al futuro della Chiesa cubana.
Qualche settimana fa, in uno dei villaggi che fanno parte della Parrocchia di Nostra Signora del Rosario, è stata fatta una proposta “audace”, perché nuova: sono stati invitati a una domenica insieme, i genitori di una dozzina di bambini e ragazzi che abitualmente frequentano la catechesi e la messa (il sabato mattina, a settimane alterne). Per poterli conoscere, almeno vederli una volta. Insieme genitori e figli per ascoltare, cantare, pregare, giocare, pranzare. È stata davvero una mattinata speciale, da replicare in altre comunità, dove le condizioni lo permetteranno. Erano presenti tutte le mamme, solo le mamme… Nessun giudizio o ironia. Attraverso una rappresentazione proposta da alcuni giovani e una semplice riflessione accessibile a piccoli e grandi ci si è soffermati sull’esperienza dell’incontro di Pietro con Gesù.
La scena è narrata nel Vangelo di Luca, al capitolo 5. Pietro ha appena intuito la straordinarietà di quel maestro che ha parlato alla gente stando sulla sua barca e contemporaneamente si è riconosciuto inadeguato; gettandosi ai piedi di Gesù lo supplica: ”Allontanati da me, perché sono un peccatore”. E la proposta di Gesù: “Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini”; è l’invito a seguirlo per una vita “altra”. È seguita un’attività a gruppi, con la domanda rivolta da don Adriano, il parroco, alle mamme: “Cosa vi ha detto questa scena del Vangelo?”. Che tenerezza vedere quelle donne sedute in circolo tra il sorpreso e l’imbarazzato per la situazione inedita. Poi qualcuna ha cominciato a dire qualcosa, poi un’altra e così via. Riferisco solo una di queste condivisioni: ”Non avevo mai sentito questo racconto, mi è piaciuto, mi è piaciuto molto, perché ho capito che il Signore non si ferma a dire che Pietro è un peccatore, ma si fida di lui e gli regala la sua amicizia”.
Non è meravigliosa questa semplice considerazione? Che esperienza di vita ci sarà dietro tali parole? Quella donna ha sentito risuonare il Vangelo della misericordia. Il seme è stato gettato.
Alcune di loro non sono battezzate, hanno sentito parlare di Dio e della Chiesa soprattutto dalle nonne, donne che hanno ricevuto una formazione cristiana dalle numerose suore presenti nel paese caraibico fino a metà del secolo scorso.
Un secondo segnale mi invita alla speranza. Un mese fa una signora ottantenne ha ricevuto la Prima Comunione; la settimana scorsa una signora ottantaduenne, emozionatissima, ha ricevuto il Battesimo; nella Domenica della Santissima Trinità quattordici adulti hanno celebrato il Battesimo e la Prima Comunione dopo un ampio cammino di preparazione: un giovane diciottenne e tredici donne tra i 16 e i 65 anni (la fascia che manca per unire i tanti bambini coinvolti nell’iniziazione cristiana e gli anziani che conservano una tradizione). Il tutto dentro una comunità parrocchiale vivace, che è cresciuta negli ultimi 25 anni, impegnata da sempre a custodire, vivere e annunciare la fede nel Signore Gesù in un contesto che ha attraversato anni molto bui e duri.
Altri adulti e giovani si stanno formando nelle piccole comunità di campagna per celebrare i sacramenti; certo, se guardiamo ai numeri, tutto appare come irrilevante. Eppure, il seme fiorisce.
Si intrecciano, come sempre e ovunque è stato e sarà, il tempo della semina del Vangelo, il tempo della cura dei germogli e il tempo del raccolto.
Non mancano gli ostacoli legati alla storia di questo paese, alla seduzione che arriva da modelli di vita illusori e distruttivi, alle divisioni talvolta accese tra diverse confessioni cristiane presenti sul territorio, alle difficoltà della vita quotidiana che stanno togliendo il respiro.
C’è speranza per la Chiesa cubana. Una Chiesa “al femminile” e per questo “tenace e vicina”.
C’è speranza per questo popolo.
don Davide
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